Non sento più.

Non sento più.

Non sento più
le canzoni,
le melodie
e le parole
sono estranee
erranti
che passano per caso,
ma non hanno importanza.

Non sento più
i battiti pulsare
il cuore cantare,
sento qualcosa
arrivare da lontano
ma poi deviar la rotta
verso porti più aperti.

Non sento più
le emozioni
l’odio
e l’amore,
come un buco
vuoto
e arido
in solitudine
mi sento.

Non sento più
niente,
nemmeno quando
chiamano
il mio nome.

-C.

Chiudo gli occhi.

Chiudo gli occhi.

Chiudo gli occhi
vedo il nero
nient’altro
solo buio.

La speranza
e i suoi colori
son svaniti,
sfumati,
andati
per sempre.

E per sempre
ricorderò
quanto ho stretto
il cuore tra le dita
mentre ti guardavo
per tenerlo nel petto
rinchiuso e
silenzioso.

E per sempre
ricorderò
cosa c’era
prima
di questo niente:
c’eri tu
che eri l’occasione.

-C.

Ho provato.

Ho provato.

Ho provato
e ho continuato
a provarci
invano.

Ho dato tanto
ma non son riuscita
a dimostrarmi
di avere la forza
e di essere un abisso
di possibilità.

Ho dato tanto
ma non son riuscita
a spogliarmi
di fronte alle stelle
e nemmeno
a mostrare
un mezzo sorriso
per le cose belle.

Ho provato,
ma tu sei
più forte
e sempre
più lontano.

-C.

Una donna dentro.

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Ho conosciuto una donna dentro e ho visto in lei il coraggio di guardare dritto negli occhi. Un coraggio di pochi, di quei pochi che non sfuggono dagli sguardi per paura di mostrarsi troppo, per paura di dire troppo. Quei pochi che non hanno paura di sentirsi liberi. Lei non aveva paura, lei riusciva a vedere veramente, non si limitava a guardare, lei riusciva a leggere le storie dentro di noi. Saper leggere le storie, sapere percepire le emozioni e saperle accettare come proprie è come aprire una porta e allungare una mano in aiuto, è come offrire un aiuto a chi si trova in difficoltà.
Quella donna dentro non aveva paura degli altri, non aveva paura che la guardassero dritta negli occhi, non aveva paura della paura. Le aveva dovute affrontare tutte, le paure.
Ho conosciuto una donna dentro che è più donna di molte altre, che ha più dignità di molti altri e che ha fatto della verità la sua armatura.
Ho conosciuto una donna dentro che non ha mai avuto vita facile e, per ogni difficoltà, portava una ciocca grigia sulla testa, grigiore non dovuto ai suoi anni ma alle sue sconfitte. Sconfitta nei modi più brutali, ma sempre in piedi con coraggio.
Ho conosciuto una donna dentro che pensava di avere solo una cosa nella vita: la scrittura. Quella donna dentro scriveva libri e scriveva di sé, scriveva della madre che non ha mai potuto avere, scriveva di chi resiste e di chi vive di cuore, scriveva di donne coraggiose, donne dentro come lei e donne fuori. Scriveva di se stessa e scriveva di tutte noi, scriveva di quanto sia difficile essere donne dentro e donne fuori, scriveva che bisogna resistere, che bisogna sapersi amare e che bisogna saper scegliere di cambiare per diventare chi si vuol essere.
Pensava di non saper far altro che scrivere, pensava di non poter fare altro, invece ha mostrato il coraggio vero di chi vuol viversi e di chi non ha paura della verità.
“Donne si nasce, non si diventa”, scriveva. Lei aveva un altro nome e non è nata donna fuori, ma è sempre stata donna dentro ed ora lo sappiamo tutti.

– C.

Son speciali i bambini.

3dca6e2537995db05b2ccf4045ba9752[credit to: Pinterest]

Sono speciali i bambini.
Hanno la schiettezza dei sentimenti dentro di loro, quell’onestà senza pari che ti fa rimanere in silenzio. Sono speciali perché si vogliono bene dopo un solo sguardo, già sanno se chi hanno di fronte li tradirà. Sono così umani i bambini che la generosità non è dovere ma quotidianità.
Sono speciali perché si scorgono piangere e lo fanno insieme, non importa il motivo ma sanno che insieme è meglio, insieme fa meno male, insieme prendono in giro il dolore.
Sono pazzeschi i bambini quando raccontano cosa vogliono fare da grandi, chi vogliono essere, senza pregiudizi, solo con passione.
Sono speciali perché si rincorrono finché hanno fiato e, quando non ne hanno più, cambiano giro, ma fermarsi no, quello mai.
Sono speciali perché hanno paura dei mostri cattivi ma non gli lasciano condizionare la loro vita.
Sono speciali perché per loro tutto è più semplice, anche se a volte è più difficile.

#storiediunamediatrice

– C.

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Ho ancora la pelle impregnata di dolore al solo ripensare a quel giorno.
Anni son passati ormai, ma ancora vivido pulsa il dolore. Me lo ricordo bene quel giorno, pensavo di poterlo vedere prendere forma, pensavo di sentirne l’odore aspro e il sapore amaro sulla lingua, pensavo addirittura di poter allungare una mano e strapparle via il dolore da quel corpo esile e fragile. Invece il dolore è più forte e la sua storia era più grande di me, di lei, di tutti noi.
Aveva grandi occhi velati dalla rassegnazione quando la vidi. Braccia esili, vita stretta, capelli sporchi e arruffati. Aveva le labbra screpolate e lo sguardo rivolto verso il basso. Non lo alzava mai, nemmeno quando le parlavamo, nemmeno quando le facevamo domande dirette. Aveva paura, non di noi in particolare, aveva paura del tempo, aveva paura dei luoghi e aveva paura delle persone. Aveva paura persino di se stessa e di quello che avrebbe potuto non riuscire a fare. Reagire, per esempio.
Aveva 15 anni quando l’ho conosciuta anni fa, ora ne ha 18. Aveva 15 anni e aveva già spalmati su di sé tutti i peccati degli uomini, aveva le loro impronte di vergogna sulla pelle, aveva i loro segreti disegnati addosso, aveva le loro penitenze intrecciate ai suoi capelli. E aveva la vergogna che la faceva sentire sporca, provava la vergogna di una vita che non aveva potuto scegliere e a cui non si era opposta, provava la vergogna di chi ha visto il male e l’ha lasciato agire, provava la vergogna di chi era stata violata, toccata, forzata e di chi si sentiva punita per qualche peccato che, in realtà, non aveva commesso. Tremava per la paura di chi è troppo fragile per capire che può avere una scelta, che può cambiare le cose.
Non aveva una scelta quando l’ho conosciuta, nessuno ha pensato ne avesse diritto, nessuno ha pensato fosse in grado di compierla. Hanno deciso per lei una vita che vita non è, un’esistenza fatta di stenti e di autoconvincimenti. Perché sì, bisogna autoconvincersi per riuscire a svegliarsi ogni giorno ricominciando da capo, bisogna dirsi che prima o poi qualcosa cambierà, bisogna essere forti e avere speranza. Una speranza che si spegne giorno dopo giorno, una speranza che sembra non realizzarsi mai, che sembra inesistente se non si è abbastanza forti per reggerla con entrambe le mani.
Perché reggersi al letto non era abbastanza per sopportare, si doveva reggere alla speranza, alla vita, a tutta quella che aveva e con tutta quella che aveva.
Il suo dolore quel giorno diventò anche il mio, come se la realtà di quella sofferenza fosse troppa da sopportare per una persona sola, per una ragazzina come lei, e ci fosse bisogno di condividerla.
Il dolore più grande che provai quel giorno fu il non poter strapparle il male dal petto, il non poterle levare le impronte dalla pelle, il non poterle promettere che sarebbe andata meglio, che tutto sarebbe cambiato, che i segreti che si portava addosso sarebbero stati svelati e che non doveva prendersi più cura dei peccati degli altri.
Il mio dolore fu rimanere a guardarla scomparire sotto il peso della sua esistenza, sotto il peso degli altri e delle loro ragioni.
Il mio dolore fu non avere la possibilità di allungare la mano e tirarla fuori dal burrone nel quale stava cadendo. Perché lo vedevamo tutti il burrone, ma nessuno poteva allungare la mano, nessuno poteva salvarla.
Sento ancora oggi il dolore sulla pelle, il dolore dell’accettazione delle cose che si sanno essere sbagliate, il dolore che provoca l’inerzia senza soluzione.
Si grattava nervosamente i palmi delle mani con la punta delle dita come se avesse qualcosa che non vedeva l’ora di dire, come se fosse sul punto di compiere un passo importante nella sua vita ma non ne trovava il coraggio.
Spero che ora sia riuscita a trovare quel coraggio che le serviva per scrollarsi di dosso il passato, spero abbia trovato la vita che si merita, una vita migliore.

– C.

Da una madre.

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Caro A.,
oggi comincio a scriverti perché è insostenibile tenermi tutto dentro. Non leggerai mai le mie lettere, non ti permetterò di farlo, ma le dedico a te perché sei la mia debolezza e la mia forza e la mia unica speranza.
Sei tu quello che soffre, figlio mio, e sei colui che mi dà la forza. Non ce la farei se non fosse per te.
Ogni tanto alzo gli occhi al cielo per cercare una via d’uscita, ogni tanto me lo chiedo perché sta succedendo tutto questo. Ogni tanto lo maledico, il cielo, maledico chiunque ti stia portando via da me, lontano, dove non riuscirò ad arrivare per stringerti la mano.
Cerco di capirlo, sai? Perché eri destinato a questo. Perché tra tutti quanti sei tu a dover portare questo fardello.
Sei un esempio per me, papi. Sei l’esempio della forza e del coraggio che voglio avere.
Mi stai sorridendo ora. Mi dici che hai fame. Tu hai sempre fame, A. Sempre.
Oggi abbiamo visto il dottore e ce l’ha detto che la speranza fa male al cuore oramai, ma sai una cosa? Voglio continuare a sperare. Sperare nel suono della tua risata, nella luce dei tuoi occhi e nella tua bontà. Voglio credere che, a volte, le cose belle possano vincere. E tu sei una cosa bella, papi, la più bella del mondo.
Ieri me l’hai chiesto di nuovo, mi hai chiesto quando arriverà la fine di tutto e non sono riuscita a risponderti. Sono rimasta in silenzio e tu mi hai stretto la mano, ti ho abbracciato e mi hai chiesto le arepas.
Ho pianto, A., ho pianto quella notte perché mi son resa conto che sei diventato un adulto in un corpo da bambino. E il coraggio nessuno può sapere cos’è fino a che non ti si avvicina e ti vede lottare. Ho pianto perché sono orgogliosa di avere un figlio come te. Ho pianto perché dovrei essere la tua quercia e, invece, sei tu a proteggermi dal dolore, papi.
Non voglio che tu mi veda piangere, voglio essere io il braccio che ti tiene su ora.
Ci siamo solo noi due in questa vita, A. Sei l’unica cosa che ho, la più preziosa e la più fragile. Eppure sei tu a rendermi migliore ogni giorno, ogni istante, ogni secondo passato insieme. Sei tu che mi liberi dal mio passato ad ogni passo che insieme facciamo.
Quando me l’hai chiesto di nuovo l’altra sera non volevi una risposta, volevi farmi capire che dovevo iniziare ad accettarlo, nonostante tutto.
Sei grande ormai, A. Sei diventato un ometto e voglio che tu sappia che mi hai salvato la vita.
Continuerò ad aver speranza per te, papi.
Sono così orgogliosa di te, mi hijo.

Tu mamà.

#storiediunamediatrice
-C.

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Verità a lettere gialle sui ciottoli delle piazze, per le strade, sui muri e sui volti.
E’ una parola che brucia, palpita e scotta le dita e le coscienze.
Verità a cuore aperto, verità ad occhi sgranati, verità come richiesta d’aiuto.
Verità per uno, verità per tutti.
Verità senza radici, vagabonda, selvaggia.
Verità celata, nascosta, rubata.
Verità desiderata.
Verità come difficoltà, verità come sfida, battaglia.
Verità come giustizia e rivincita.
E, come disse Gaber, “anche per oggi non si vola”.
Ma l’uomo è paziente ed ingenuo, continuerà ad aspettare.
 
#veritàperGiulioRegeni
 
-C.

Abbiamo un problema.

d16a898c36b57300c419db809bbf8f6c.jpgAbbiamo un problema enorme.
Non siamo più in grado di riconoscere il limite delle cose.
Vantiamo un coraggio fatto di pixel e foto ritoccate, mentre quando ci guardiamo negli occhi cerchiamo di evitare ogni confronto.
Abbiamo l’orgoglio maledetto di chi, piuttosto che ammettere di aver torto, non dice mai la verità.
Abbiamo quel terrore delle diversità che ci annebbia la vista e ci porta alla deriva, lontano da qualsiasi tipo di umanità.
Abbiamo la presunzione di poter bistrattare i diritti che fortunatamente – ancora – non ci sono stati negati.
Siamo indegni della vita che abbiamo. Vita che non tutti possono permettersi di vivere o che molti non son stati tanto fortunati da concludere.
Siamo indegni quando ci accaniamo per partito preso, strafogandoci di parole preconfezionate, già pronunciate da qualcuno. Chissà quando, chissà dove. Non lo sappiamo più nemmeno noi, ma suonano bene se sputate con rabbia.
Siamo indegni quando svendiamo la nostra libertà di pensiero per poter ottenere mi piace su un social network. E svendiamo anche noi stessi per ottenere notorietà. Svendiamo la nostra dignità, insultiamo la nostra intelligenza – quando c’è.
Sputiamo sentenze come se fossimo nati per essere giudici e carnefici. Siamo i campioni del nostro tempo nel disputare del nulla cosmico.
Restiamo ancorati solo a ciò che vogliamo sapere e vedere perché oltre a questo non sappiamo andare, perché abbiamo perso la voglia di conoscere, capire, comprendere. Perché le cose che non ci vanno a genio non siamo capaci di affrontarle, tanto meno di accettarle. Perché per noi la verità è scomoda e preferiamo le poltrone con i cuscini foderati di velluto.
Ci dimentichiamo che domani saremo ancora quelli di oggi, anche se avremo un commento positivo in più su facebook.
Ci dimentichiamo che domani avremo ancora gli stessi problemi e le stesse preoccupazioni, che domani ci sveglieremo e allo specchio vedremo ancora noi stessi e, forse, con qualche chilo in più di odio da indirizzare sulle spalle.

-C.

Come perso.

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Ho visto l’ignoranza. L’ho vista camminare a passo svelto tra i letti d’ospedale fuggendo da una sua invenzione. L’ho vista farsi largo tra i visi sfatti e le anime sventrate dalla rinuncia di fronte ad una vita così difficile da accettare.
Ho visto l’ignoranza guardare negli occhi un uomo e provare paura solo perché aveva una tonalità di pelle diversa. Come se diverso fosse sbagliato, come se diverso fosse rotto, irreparabile, perso.
Ho visto l’ignoranza allontanare la realtà e la semplicità di un’esistenza al di fuori della sua. E l’ho vista risuonare tra le pareti come l’eco di una voce triste e senza speranza. L’ho vista aspettare sulle spine il momento giusto per colpire, l’ho vista provocare e l’ho vista nascondersi dietro ad un dito ingrassato di insoddisfazione personale.
Ho visto l’ignoranza accusare un uomo dei mali del mondo, lo guardava senza riuscire a vederlo.
L’ho vista incollarsi addosso a chi la circondava, veloce, impercettibile, silenziosa come si diffonde un virus. L’ho vista distruggere e affogare a mani tese il cuore di un’umanità che ormai nessuno riesce a riconoscere più.

– C.

#storiediunamediatrice