3ac97ef4285d35b33aa82dc25bdcaa7c--pencil-art-drawings-drawing-sketches[credits: immagine presa dal web]

N. aveva 15 anni quando la vidi per la prima volta. Carnagione scura e occhi grandi velati da rassegnazione, occhi di una ormai non più bambina, nonostante l’età. Aveva lineamenti sporgenti e le spalle ricurve, braccia esili, vita stretta, capelli sporchi e arruffati. Aveva le labbra screpolate e lo sguardo rivolto verso il basso. Non lo alzava mai perché aveva paura. Non di noi, aveva paura del tempo, aveva paura dei luoghi e aveva paura delle persone. Aveva paura persino di se stessa e di quello che avrebbe potuto non riuscire a fare. Reagire, per esempio.
Portava già spalmati su di sé tutti i peccati degli uomini, aveva le loro impronte di vergogna sulla pelle, aveva i loro segreti disegnati addosso, aveva le loro penitenze intrecciate ai suoi capelli.
E aveva la vergogna che la faceva sentire sporca,  così ci disse alla fine, provava la vergogna di una vita che non aveva potuto scegliere e a cui non si era opposta, provava la vergogna di chi ha visto il male e l’ha lasciato agire, provava la vergogna di chi era stata violata, toccata, forzata e di chi si sentiva punita per qualche peccato che, in realtà, non aveva commesso. Tremava per la paura di chi è troppo fragile per capire che può avere una scelta, che può cambiare le cose.
Si grattava nervosamente i palmi delle mani con la punta delle dita come se avesse qualcosa che non vedeva l’ora di dire, come se fosse sul punto di compiere un passo importante nella sua vita ma non ne trovava il coraggio. Tuttavia non disse nulla N., non rispose alle nostre domande. Rimase in silenzio per tutto il colloquio schiacciata dai segreti che si portava brucianti sotto la pelle, schiacciata da un passato troppo cattivo da ricordare, un presente senza via d’uscita e un futuro inesistente.
Non ha parlato, non ci ha guardato per tutta l’ora, rimase a fissare il bordo della scrivania di fronte alla quale si era seduta scattando ad ogni movimento di chi stava nella stanza, aumentando la respirazione quando giravamo una pagina o spostavamo lo sguardo in altra direzione. Sempre in allerta, aspettando sempre che il mostro sotto al letto saltasse fuori all’improvviso. I suoi mostri, però, erano sempre sopra al letto.
All’improvviso disse una parola, una sola, battendo forte una mano contro al petto, tremando forte: shame, vergogna.
La disse con una tale forza e un tale dolore nella voce che ci ammutolimmo per un attimo, un attimo che sembrò durare un’infinità di tempo.
N. tornò a guardare in basso, ora si guardava i palmi delle mani leggermente arrossati per il tanto sfregare.
Non disse altro. Se ne andò con lo sguardo basso e le parole intrappolate in gola, troppo ingarbugliate da poter essere sputate in faccia ad un mondo che le aveva fatto tutto quel male.
Se ne andò e per lei sarebbe stato un giorno come un altro, avrebbe anche oggi cominciato a sperare di morire.
Aveva un corpo fragile e portava in sé tutto il dolore dell’umanità.
La sua storia era più grande di me, di lei, di tutti noi e nessuno la conoscerà mai.

-C.

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La meraviglia delle cose
rende il cuore più leggero
e le spalle meno tese.
A volte sì, bisogna fermarsi
e pensare da soli
a quanta vita c’è al di fuori di noi,
a quanta bellezza esiste
solo spostando lo sguardo più in là.
Non serve una terapia d’urto,
bisogna solo saper guardare
con occhi nuovi
e mente aperta
e cuore pulito
come le cose sono
e non come vorremmo fossero.
Bisogna saperla accettare
dentro di sé
la meraviglia.
Bisogna tornare a vedere i colori,
le forme e i dettagli come
le increspature sulla superficie dell’acqua,
i contorni delle foglie,
i colori d’autunno,
il profumo dell’erba,
il riflesso del sole,
un cielo azzurro.
Bisogna saper alzare la punta del naso
dalle cose della terra
e guardare il cielo
che magari scorgi anche una stella,
e allora lì ti viene da cambiare,
da migliorare
che magari,
un giorno,
potrai brillare anche tu così.

-C.

Con gli occhi stanchi
e le mani tremanti
passi veloce come il vento leggero
e sfiori ogni mio pensiero.
E io mi fermo ad ascoltare il suono
di quella tua voce da buono
e i brividi si diffondono sulla mia pelle
e lascio cadere le spalle
arresa
davanti alla tua forte debolezza
alla tua intensa leggerezza
che mi fa pensare
che posso ancora arrivare
lontano
da sola.
E posso vivere,
e posso ridere,
di nuovo
dimenticando i tuoi occhi.
Ma noi come sciocchi
ci guardiamo
sperandoci eroi pronti al salvataggio
ma ignoriamo le manovre d’atterraggio
e ci schianteremo.
E il dolore
che sente questo mio cuore
è la scoperta di quanto sia difficile
lasciare che le cose accadono
restando immobili.
Tra il fragore che fa un momento
e l’impercettibilità dell’accadere
ci si ritrovata cambiati,
e ci si ritrova arrabbiati
perché non si è potuto decidere
quale cavo era da recidere.
E ci si ritrova da capo
a doversi riscoprire
a doversi ricomporre un po’ alla volta,
a doversi riconoscere anche questa volta.
Siamo piccoli e senza controllo,
e questa incapacità ci allontana
dalla capacità di aver fiducia
dalla capacità di credere
che le cose andranno bene,
prima o poi.
Ma dobbiamo capire
che non possiamo avere fretta
dobbiamo imparare a respirare
e a nuotare da soli
anche in mezzo al nubifragio.

– C.

Da un viaggio, con l’obiettivo di perdermi.

Così scrivevo la settimana scorsa, da oggi una settimana piena, sotto l’albero di un parco bellissimo di Madrid. Così scrivevo prima di ricominciare a soffocare. Voglio tornare a respirare così di vita.

Sembri così piccolo da qui. Eppure si sa che le cose che sembrano più piccole sono invece le più grandi e fanno un gran rumore. E fanno più male.
Sono venuta fino a qui con l’intenzione di perdermi, sono venuta fino a qui per te, per colpa tua, grazie a te. E non mi sono mai sentita così forte, così in grado di combattere questo minuscolo seme che sei e che se ti penso ti fai tempesta di sabbia. E io sono persa nel deserto e non so dove nascondermi.
Sei un granello di sabbia ora, mentre sono lontana. Non sento più il dolore, non mi stai più soffocando, credo di star respirando, non intravedo più la scia del pensiero che mi riconduce a te, del tuo pensiero sulla mia pelle. Respiro. Di nuovo.
Ora sono lontana, ma tu ci sei ancora. Ma io sono forte e sono qui e ho trovato silenzio.
Ho paura. Paura del ritorno. Manca poco e non so se a casa sarò così forte, se rimarrai il granello di sabbia destinato a scomparire che sei ora o ti risolleverai a forte tempesta che toglie ossigeno. Non so se lì, a casa, sarò abbastanza forte da lasciarti in disparte e relegarti in qualche zona nascosta della mia mente, non so se lì i tornerà la voglia di cantare che ho trovato qui. Non so se sarò in grado di emozionarmi davanti ad un paesaggio, ad un tramonto, ad un cielo così limpido.
Il cielo di Madrid, non me lo so spiegare, ma riesce a farmi sentire qualcosa, emozioni che non ricordavo di avere, le tira fuori a forza dal mio petto e sorrido. Mi pare sia un sorriso mentre guardo il cielo e mi domando dove sto andando. Il cielo di Madrid mi dà quella serenità che pensavo potessi darmi tu. Avevo visto questa possibilità in te. E invece no. Tu hai fatto un disastro. E io dovevo aspettare il cielo di Madrid per sentire i miei pensieri rimanere in silenzio, per farti diventare una cosa minuscola. Perché tu, al confronto, non sei nessuno. Dovevo aspettare l’autunno di Madrid per toglierti i colori cangianti che avevi ai miei occhi. E solo ai miei. Dovevo vedere i tramonti di Madrid e come il cielo si fa capolavoro, si fa vulcano; il rosso, l’arancione, il rosa, il blu, dovevo vederli confondersi e diventare una cosa sola per capire quanto mi sto perdendo della vita vedendo solo te. Avevo anche smesso di guardare il passanti, avevo smesso di ascoltarli, perché vedevo e sentivo solo te e nient’altro oltre a te. E ora sono qua, a Madrid, ad ascoltare il suono delle loro voci straniere mescolarsi e danzare, a guardare le sfumature dei loro occhi e a cercare, come ho sempre amato, di ritrovare in loro quella parte di me spezzata, per poter raccontar di loro parlando di me.
E’ che con te avevo perso tutto pensando di poter avere tutto. Io non ho bisogno del tuo tutto, ho bisogno del mio niente, delle mie mancanze, ho bisogno di questa consapevolezza del momento, di sapere che posso essere io a colmare i miei vuoti, che posso farlo da sola senza aspettare che qualcuno come te, che avrebbe dovuto aiutarmi a riempirli, in realtà, mi sta dilaniando dall’interno.
Non sapevo più cosa potevo essere, non riconoscevo più il mio sguardo e non avevo più il coraggio di salvarmi la vita da sola, di tentare, come ho sempre fatto. Mi hai fatta sentire così debole da aver paura persino di camminare, di mettere un passo davanti all’altro ed intraprendere un percorso. Non me lo merito, non l’ho mai meritato. Eppure non sono io quella debole. Sei tu che hai paura, sei tu che manchi di forza e non credo tu sappia nemmeno cosa vuol dire vivere davvero per qualcosa. Vivere fino a tentare il tutto e per tutto, vivere fino a sentirsi dire “aspetta, così è troppo”, vivere fino a perdere la testa. Mi hai allontanata all’improvviso perché sei tu quello ad aver avuto paura, e hai cercato di stravolgere il mio coraggio, mostrandomelo paura, come se fossi io quella spaventata.
Tu non sai, però, quanto un tramonto può prenderti a schiaffi, non sai quanto un tramonto può farti tornare a vedere che non sei tu, non sei più tu, nessuno ti riconosce più, stai perdendo la tua vita per la strada, raccogliti, rimettiti insieme, ricomincia. Forza.
Ed è lì che non hai più scuse. Non hai giustificazioni di fronte ad un tramonto così, puoi solo vederti nuda e renderti conto che hai zoppicato fino a lì, perdendoti tutti i pezzi di cuore che hai cercato di tenere insieme per anni. Hai zoppicato cercando di entrare in scarpe bellissime, ma non del tuo numero, in vestiti meravigliosi che non sono della tua taglia e non ti entreranno mai.
Ci ho provata. Quelle scarpe e quei vestiti mi piacciono, e non poco, ma mi faranno sentire sempre inadeguata e mi faranno sempre più male se mi obbligherò a portarli.
Inadeguata. Dopo mesi ho trovato la parola giusta. E’ così che il tuo allontanarmi mi ha fatta sentire, inadeguata. E’ stato un tale schiaffo morale che alzarmi da terra sembrava diventato uno sforzo troppo grande che non valeva la pena compiere. Mi sono sentita inadeguata alla vita. Avevo perso l’equilibrio, avevo perso il mio baricentro, avevo perso la strada. Sei come una nebbia perenne, una nebbia fitta attraverso la quale pensavo non sarei riuscita a vedere mai.
Inadeguata alla vita che mi stavo costruendo a fatica, alla vita che mi ero scelta e che mi stavo costruendo con non pochi errori nel tragitto. Ti ho incontrato pensando potessi essere un bagliore sul sentiero tortuoso dei miei sbagli, invece ti sei rivelato ostacolo, dubbio, tempesta. Quel tipo di tempesta che ti rivolta, ti sbatte a terra e ti schiaccia il petto senza darti pace lasciandoti stremata e stanca.
Mi hai fatta sentire inadeguata, sola ed insignificante. Ma io non sono insignificante. E’ tutto ciò che sapevo di non voler essere, è tutto ciò contro cui ho sempre lottato. Mi hai trascinata verso l’alto e mi hai fatto emozionare davanti ad un panorama mozzafiato, ma mentre ancora stavo abituandomi all’altezza tu mi hai lanciata verso il suolo. Pensavo di non poter volare all’inizio, ma mi sono resa conto di che ali grosse ho sempre avuto.
Per quel poco che sei mi hai fatto un male enorme.
Hai fatto ricadere i tuoi sbagli su di me, come se potessi allontanarmi da una persona così simile a me solo perché ha commesso errori. Hai usato i tuoi sbagli e le tue insicurezze come scusanti per la tua paura, ma non hai capito che sono le cose che più mi piacciono di te. La tua anima, così spezzata e così simile alla mia, mi faceva venir voglia di sentire qualcosa, di provare qualcosa. Mai avrei immaginato un simile dolore.
Mi sei piaciuto subito perché te lo si leggeva in faccia quanta fatica ha addosso e quanto dolore senti. Te lo si legge negli occhi quanto ti sei sentito perso, quanto ti sei sentito perso e non sei riuscito a ritrovarti.
Non ho mai preteso di salvarti la vita, non riesco a salvare la mia, non conto di salvare quella di qualcun altro, ma almeno avrei potuto prestarti un po’ dell’equilibrio che uso per superare la passerella della vita che ogni giorno compio sul filo del rasoio. Avrei voluto aiutarti con i tuoi drammi. Te l’ho detto, sono brava con i drammi. Ma tu hai voluto usare i tuoi dolori come armi, per aggravare i miei e hai voluto, in qualche modo, punirmi per qualcosa che qualcun altro ti aveva fatto, per tutte quelle volte che qualcuno ha preteso qualcosa da te. Ma io non sono quel qualcuno, non lo sono mai stata e non lo sarò mai. Non hai mai provato davvero a capire quanto fossi in realtà diversa da quel “qualcuno”, te l’avrei permesso, di capirmi. E’ un peccato che tu te lo sia voluto perdere.
Realizzo solo ora la tua colpa, mentre prima pensavo fosse solo colpa mia. Realizzo solo ora, davanti a questo lago, di fronte questo palazzo di cristallo, sotto a quest’albero stanco dai mille colori, tra le voci confuse di altra lingua, che questo è colpa tua.
Eppure, nonostante il male, io voglio che tu sappia cosa hai sprecato così velocemente. Non voglio punirti, non sono te, voglio che tu sappia che non si smette mai di imparare e di sbagliare. E tu hai sbagliato con me.
Mi sono sempre piaciute le persone vestite dei propri sbagli, ma solo dopo aver ammesso ed essersi resi conto di aver sbagliato, senza paura di mostrarsi fragili, senza dover nascondere l’errore dietro ad una bugia, dietro ad una frase non detta o a un’azione celata. Mi piacciono le persone che accettano lo sbaglio che commettono come medaglie di un’altra battaglia combattuta, nonostante tutto, e non come i segni di una sconfitta di una perdita.
Prima o poi te ne parlerò, ti dirò tutto questo, ma voglio innanzitutto godermi le mie ali, il volo e la vista. Non sai quanto è bello da quassù, non sai che spettacolo e non puoi saperlo perché non hai il coraggio di lasciarti cadere per vedere quanto son grandi le tue ali.

– C.

Ora so.

Anche questa volta ho imparato qualcosa.

Ho imparato che ci si salva da soli, alla fine.

Ho imparato che mi voglio bene, ho imparato a capire chi sono ed è un traguardo enorme per la mia età.

Ho imparato che sono coraggiosa, che so rischiare ed incassare i colpi, anche se ormai sono solo colpi, continuo ad incassare e a rialzarmi più forte, più vera.

Ho imparato che meno mi amano gli altri più capisco di amarmi io e non mi era mai ssuccesso di essere innamorata di me stessa. 

Ho imparato a rispettarmi, conosco i miei limiti e continuo ciecamente a tentare di superarli, li supero, poi cado, poi mi rialzo.
Ho scoperto di avere gambe forti e spalle larghe e una forza di cuore incredibile e mi voglio bene perché mi rialzo, mi rialzo. Io mi rialzo.

Prendo schiaffi e mi giro dall’altra parte perché io sono più del rancore e della paura, io sono C. e mi voglio bene, mi ammiro addirittura, ammiro la mia dignità, il mio onore e il mio essere sincera, vera, onesta.

Mi vengono detti tanti e troppi no, mi vengono raccontate le cose che non posso fare e mi viene fatto lo sgambetto su quelle che sono sicuri che io possa fare. Ma io non mi arrendo mai, io sono forte e sono testarda e mi voglio bene. Se mi viene detto di no, lo devo fare.

La strada è lunga e non mi conosceró mai abbastanza, a questo serve la vita, dall’inizio alla fine il tempo è da spendere conoscendo se stessi, e io ne ho ancora tanta davanti. Ma ora so che posso fidarmi di me perché posso fare qualsiasi cosa e continuare a cadere, ma mi rialzeró sempre. Mi fido della mia resilienza.

– C.

Penso
che potrei disegnare
le tue righe d’espressione,
i tuoi lineamenti,
le pieghe che prende il tuo viso
quando
inaspettatamente
ti metti a sorridere.

Un sorriso
che scoppia
e fa baccano
e grida
e urla
e mi volto
e ti vedo
che mi guardi
mentre sorridi.

Conosco bene
i movimenti delle tue mani,
le scie
che lasciano le tue dita
quando ti muovi
quando parli
quando cerchi una parola
che ti sfugge
le porti a picchiettarti
le tempie
come a volerla svegliare
quella parola addormentata.

-C.

Non hai nemmeno idea

del male dei tuoi silenzi.

Non hai idea

di quanto sia assordante

quando non mi parli.

Non hai idea

del peccato che facciamo

a non parlarci di poesia e gentilezza.

E pensare

che appartenerci

sarebbe semplice.

E pensare

che tu avresti potuto

guardarmi negli occhi

e io avrei potuto

guardare te

e avremmo potuto

viverci

e scoprire le nostre esistenze

e ritrovare le perse speranze

l’uno negli occhi dell’altra.
– C.

Un angelo custode

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R. se ne stava seduta sul letto con le gambe ciondolanti, le mani giunte appoggiate sulle cosce e gli occhi bassi. Non alzò mai lo sguardo, nemmeno per rispondere, continuò a fissarsi i palmi delle mani come se potesse, a furia di scrutarli, trovarci dentro una qualche verità, una qualche risposta. Tanto lei pensava di non averne, di risposte, pensava di non averne mai avute. E, comunque, non aveva mai avuto la possibilità di darne, o di dire alcunché.
Non farmi domande, disse R., voglio solo stare in silenzio ancora per un po’.
R., però, una domanda ce l’aveva: e adesso? 
E adesso cosa avrebbe fatto, ora che se ne era andato e l’aveva lasciata lì da sola. Lui non voleva un altro problema, non voleva doversi occupare di un peso. Non poteva. E lei non avrebbe voluto sentirsi male per essere stata abbandonata lì. Forse lì da sola era meglio che con lui, forse qualunque altra cosa sarebbe stata meglio che con lui. I lividi non ci sarebbero stati più e, forse, il suo volto avrebbe ripreso forma. Il dolore, forse, non ci sarebbe stato più. Perché, allora, era triste? Me lo chiese sospirando, con sfiducia. Sembrava quasi non fosse abituata a sentire il suono della sua voce, sembrava non sapesse di essere in grado di parlare, anche lei, come aveva fatto lui per anni.
Non aspettò la risposta, si girò dall’altra parte volgendoci una guancia, una reazione che le venne automatica. Non si aspettava di ricevere una risposta, ne rimase colpita, sorpresa e la sua espressione cambiò. Per quanto tempo aveva pensato di non meritare una risposta, di non meritare ascolto, prima di quel momento?
E lui torna?, domandò R lanciando un’occhiata alla porta.
Lo sapeva, però, che non sarebbe tornato a prenderla. R. era lì per colpa sua, per volontà sua e ne era quasi sollevata tranne che per una sfumatura leggera di tristezza. Non aveva mai vissuto senza di lui, non conosceva un’altra vita senza di lui e senza le altre, non sapeva cosa voleva dire vivere fuori da quella casa, nel mondo. Avrebbe dovuto ricominciare tutto da capo, e se fosse andata peggio? Non poteva essere peggio, niente poteva essere peggio di lui, ma tutto poteva essere diverso e R. non aveva forza di affrontarlo.
R. disse che da qualche settimana erano in due in uno spazio così stretto, dentro ad un dolore così grande che oscurava tutto. E, forse, era stato quel bambino, che ancora non c’era, a salvarle e cambiarle la vita, l’aveva resa libera dalle mani di quell’uomo che, per anni, avrebbe dovuto proteggerla, ma che l’aveva resa una schiava della vita e di se stessa. Quel bambino, era ancora lì, nonostante quell’uomo avesse cercato di portarglielo via nel peggiore dei modi. C’era ancora e ora era libera.
Io ce l’ho un angelo custode, disse R. toccandosi la pancia.

R. è stata una rivelazione. Nei suoi vestiti semplici e un po’ sciupati, con una macchia marrone sul cuore, come a cercare di segnarlo per ricordarsi ancora che c’è, che lui è lì e aspetta di essere riaperto, che aspetta di potersi fidare di nuovo per tornare a funzionare. Forse, qualche mese, e avrebbe potuto ricominciare a battere.

-C.

#storiediunamediatrice

I miei nonostante.

Dovrei sorridere e dirmi che andrà tutto bene, invece mi sono alzata e ho sentito ancora un dolore al petto. Ho strizzato gli occhi per non piangere e ho appeso il sorriso al chiodo.

Che poi, alla fine, lo so anche come le cose andranno a finire. È che c’è una parte di me talmente ingenua da crederci lo stesso. Ed è lì la fregatura, sta tutta lì, in quel “lo stesso”, in quel “nonostante tutto” che vuol sempre sfidare il mondo. La fregatura sta in quelle due parole che quasi nemmeno si intendono quando pronunciate. E per colpa loro ci si ritrova un po’ persi, un po’ soli e in ginocchio, a chiedersi perché proprio io ho il “nonostante tutto” di un eroe, quando non lo sono.

Lo so sempre, alla fine, come vanno le cose, ma mi faccio male comunque. Forse io sono una di quelli che amano il dolore, non c’è altra spiegazione. Vivo di pane e dolore da quando avevo 5 anni, è possibile che non riesca a farne a meno. Sono stanca di piangere, però. Mi fanno male gli occhi, e il cuore, e il petto.

Lo so sempre come vanno le cose, devo imparare a darmi retta prima di sentire i miei “nonostante”.
-C.

Ad un’Amica.

Ci vorrebbero persone

piene di luce,

piene di coraggio.

Coraggio di aver paura,

coraggio per sapersi illudere,

per poter vedere le piccole cose

e lasciarle splendere.

Ci vorrebbero persone

che come te

lasciano nell’anima

la leggerezza

dei momenti semplici

e la complessità delle grandi cose.

Ci vorrebbero persone

che come te

sappiano essere

amiche, 

spalla, 

abbraccio,

dolcezza.

Ci vorrebbero persone

come te

che fai vedere la vita

con i lustrini,

i colori,

le luci

e cancelli le ombre

senza fermarti,

con una linea netta

di una matita che non usi più.

C.