Ora so.

Anche questa volta ho imparato qualcosa.

Ho imparato che ci si salva da soli, alla fine.

Ho imparato che mi voglio bene, ho imparato a capire chi sono ed è un traguardo enorme per la mia età.

Ho imparato che sono coraggiosa, che so rischiare ed incassare i colpi, anche se ormai sono solo colpi, continuo ad incassare e a rialzarmi più forte, più vera.

Ho imparato che meno mi amano gli altri più capisco di amarmi io e non mi era mai ssuccesso di essere innamorata di me stessa. 

Ho imparato a rispettarmi, conosco i miei limiti e continuo ciecamente a tentare di superarli, li supero, poi cado, poi mi rialzo.
Ho scoperto di avere gambe forti e spalle larghe e una forza di cuore incredibile e mi voglio bene perché mi rialzo, mi rialzo. Io mi rialzo.

Prendo schiaffi e mi giro dall’altra parte perché io sono più del rancore e della paura, io sono C. e mi voglio bene, mi ammiro addirittura, ammiro la mia dignità, il mio onore e il mio essere sincera, vera, onesta.

Mi vengono detti tanti e troppi no, mi vengono raccontate le cose che non posso fare e mi viene fatto lo sgambetto su quelle che sono sicuri che io possa fare. Ma io non mi arrendo mai, io sono forte e sono testarda e mi voglio bene. Se mi viene detto di no, lo devo fare.

La strada è lunga e non mi conosceró mai abbastanza, a questo serve la vita, dall’inizio alla fine il tempo è da spendere conoscendo se stessi, e io ne ho ancora tanta davanti. Ma ora so che posso fidarmi di me perché posso fare qualsiasi cosa e continuare a cadere, ma mi rialzeró sempre. Mi fido della mia resilienza.

– C.

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Penso

che potrei disegnare

le tue righe d’espressione,

i tuoi lineamenti,

le pieghe che prende il tuo viso

quando

inaspettatamente

ti metti a sorridere.
Un sorriso

che scoppia

e fa baccano

e grida

e urla

e mi volto

e ti vedo

che mi guardi 

mentre sorridi.
Conosco bene

i movimenti delle tue mani,

le scie 

che lasciano le tue dita

quando ti muovi

quando parli

quando cerchi una parola

che ti sfugge

le porti a picchiettarti

le tempie

come a volerla svegliare

quella parola addormentata.

-C.

Non hai nemmeno idea

del male dei tuoi silenzi.

Non hai idea

di quanto sia assordante

quando non mi parli.

Non hai idea

del peccato che facciamo

a non parlarci di poesia e gentilezza.

E pensare

che appartenerci

sarebbe semplice.

E pensare

che tu avresti potuto

guardarmi negli occhi

e io avrei potuto

guardare te

e avremmo potuto

viverci

e scoprire le nostre esistenze

e ritrovare le perse speranze

l’uno negli occhi dell’altra.
– C.

Un angelo custode

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R. se ne stava seduta sul letto con le gambe ciondolanti, le mani giunte appoggiate sulle cosce e gli occhi bassi. Non alzò mai lo sguardo, nemmeno per rispondere, continuò a fissarsi i palmi delle mani come se potesse, a furia di scrutarli, trovarci dentro una qualche verità, una qualche risposta. Tanto lei pensava di non averne, di risposte, pensava di non averne mai avute. E, comunque, non aveva mai avuto la possibilità di darne, o di dire alcunché.
Non farmi domande, disse R., voglio solo stare in silenzio ancora per un po’.
R., però, una domanda ce l’aveva: e adesso? 
E adesso cosa avrebbe fatto, ora che se ne era andato e l’aveva lasciata lì da sola. Lui non voleva un altro problema, non voleva doversi occupare di un peso. Non poteva. E lei non avrebbe voluto sentirsi male per essere stata abbandonata lì. Forse lì da sola era meglio che con lui, forse qualunque altra cosa sarebbe stata meglio che con lui. I lividi non ci sarebbero stati più e, forse, il suo volto avrebbe ripreso forma. Il dolore, forse, non ci sarebbe stato più. Perché, allora, era triste? Me lo chiese sospirando, con sfiducia. Sembrava quasi non fosse abituata a sentire il suono della sua voce, sembrava non sapesse di essere in grado di parlare, anche lei, come aveva fatto lui per anni.
Non aspettò la risposta, si girò dall’altra parte volgendoci una guancia, una reazione che le venne automatica. Non si aspettava di ricevere una risposta, ne rimase colpita, sorpresa e la sua espressione cambiò. Per quanto tempo aveva pensato di non meritare una risposta, di non meritare ascolto, prima di quel momento?
E lui torna?, domandò R lanciando un’occhiata alla porta.
Lo sapeva, però, che non sarebbe tornato a prenderla. R. era lì per colpa sua, per volontà sua e ne era quasi sollevata tranne che per una sfumatura leggera di tristezza. Non aveva mai vissuto senza di lui, non conosceva un’altra vita senza di lui e senza le altre, non sapeva cosa voleva dire vivere fuori da quella casa, nel mondo. Avrebbe dovuto ricominciare tutto da capo, e se fosse andata peggio? Non poteva essere peggio, niente poteva essere peggio di lui, ma tutto poteva essere diverso e R. non aveva forza di affrontarlo.
R. disse che da qualche settimana erano in due in uno spazio così stretto, dentro ad un dolore così grande che oscurava tutto. E, forse, era stato quel bambino, che ancora non c’era, a salvarle e cambiarle la vita, l’aveva resa libera dalle mani di quell’uomo che, per anni, avrebbe dovuto proteggerla, ma che l’aveva resa una schiava della vita e di se stessa. Quel bambino, era ancora lì, nonostante quell’uomo avesse cercato di portarglielo via nel peggiore dei modi. C’era ancora e ora era libera.
Io ce l’ho un angelo custode, disse R. toccandosi la pancia.

R. è stata una rivelazione. Nei suoi vestiti semplici e un po’ sciupati, con una macchia marrone sul cuore, come a cercare di segnarlo per ricordarsi ancora che c’è, che lui è lì e aspetta di essere riaperto, che aspetta di potersi fidare di nuovo per tornare a funzionare. Forse, qualche mese, e avrebbe potuto ricominciare a battere.

-C.

#storiediunamediatrice

I miei nonostante.

Dovrei sorridere e dirmi che andrà tutto bene, invece mi sono alzata e ho sentito ancora un dolore al petto. Ho strizzato gli occhi per non piangere e ho appeso il sorriso al chiodo.

Che poi, alla fine, lo so anche come le cose andranno a finire. È che c’è una parte di me talmente ingenua da crederci lo stesso. Ed è lì la fregatura, sta tutta lì, in quel “lo stesso”, in quel “nonostante tutto” che vuol sempre sfidare il mondo. La fregatura sta in quelle due parole che quasi nemmeno si intendono quando pronunciate. E per colpa loro ci si ritrova un po’ persi, un po’ soli e in ginocchio, a chiedersi perché proprio io ho il “nonostante tutto” di un eroe, quando non lo sono.

Lo so sempre, alla fine, come vanno le cose, ma mi faccio male comunque. Forse io sono una di quelli che amano il dolore, non c’è altra spiegazione. Vivo di pane e dolore da quando avevo 5 anni, è possibile che non riesca a farne a meno. Sono stanca di piangere, però. Mi fanno male gli occhi, e il cuore, e il petto.

Lo so sempre come vanno le cose, devo imparare a darmi retta prima di sentire i miei “nonostante”.
-C.

Ad un’Amica.

Ci vorrebbero persone

piene di luce,

piene di coraggio.

Coraggio di aver paura,

coraggio per sapersi illudere,

per poter vedere le piccole cose

e lasciarle splendere.

Ci vorrebbero persone

che come te

lasciano nell’anima

la leggerezza

dei momenti semplici

e la complessità delle grandi cose.

Ci vorrebbero persone

che come te

sappiano essere

amiche, 

spalla, 

abbraccio,

dolcezza.

Ci vorrebbero persone

come te

che fai vedere la vita

con i lustrini,

i colori,

le luci

e cancelli le ombre

senza fermarti,

con una linea netta

di una matita che non usi più.

C.

Con gli occhi chiusi.

tumblr_static_tumblr_static_i4ff7ax6dpssw0skgs8k8cgw_640.jpg[credits to the web]

B. era così piccola, rannicchiata su se stessa all’angolo del letto. Era così piccola da sprofondare dentro ai vestiti, tra le lenzuola e i cuscini monocromatici, bianchi, asettici.
Era così piccola da scomparire dietro le sue stesse ginocchia portate al petto, così piccola da non esser vista se non si guardava con attenzione.
B. era così piccola da dissolversi dietro il suo sguardo, dietro ai suoi occhi così grandi, così intensi. Occhi che imploravano aiuto, imploravano pietà. Occhi che avevano visto qualcosa di così spaventoso da essere sfuggenti, occhi rapidi che non riuscivano a star fermi.
B. era così piccola da aver una paura grande, paura di non poter rivedere più “ma baby”. Continuava a ripeterlo, voleva essere lasciata andare per rivederla, voleva solo averla tra le braccia, voleva stringersela contro al petto e stare con lei. Lo diceva, come poteva, e si rabbuiava perché era così piccola da sapere come accadono le cose grandi, come lavora il dolore grande.
B. era così piccola fuori ma così grande dentro da non fidarsi di nessuno perché lo sapeva, B., quanto gli esseri umani possono essere troppo esseri e così poco umani.
B. pareva così piccola, nei suoi venticinque anni vestiti di stanchezza, da lasciar stupore nell’aria quando muoveva le mani, faceva delle magie muovendo le dita lunghe, faceva delle magie e lasciava spazio alla nostra interpretazione. Non parlava ma faceva magie con le mani ed era come se, per un attimo, sapesse tutte le lingue del mondo e noi con lei.
B. pareva così piccola, troppo piccola per dover affrontare sofferenze così grandi. Ma i suoi occhi, i suoi occhi grandi, non avevano voglia di arrendersi, restavano spalancati, vigili, attenti. D’altronde chi la combatte la vita con gli occhi chiusi?

-C.

Scivolare.

Tutto scivola,
il tempo,
un sorriso,
il controllo,
un paio di mani.
Tutto scivola via
e non c’è verso
di fermarlo.

Tutto scivola
e a volte
capita
di non saper come
controllare
un fiume
in piena,
agitato,
inafferrabile.

Tutto scivola
e nemmeno noi
ci rendiamo conto
di quanto faccia male
quando si ferma,
esonda
di prepotenza,
sfonda portoni,
rompe oggetti
dita
cuori.

Tutto scivola
e lascio andare
quando capisco
che non sono io
quella capace
di fermare
il fiume.
Tutto scivola via
dalle dita,
lascia solchi
di sofferenza
e sparisce.
Non sono forte,
il fiume passa e distrugge
e ne rimango sommersa,
affogo,
tento di nuotare,
affogo,
tento di star a galla,
ma la corrente mi tira giù
e scompaio
anche io
come solo una cosa.

-C.

Dolore.

E’ un dolore che mi stringe
come dita affusolate
che si intrecciano e
inesorabili
stringono la gola
fino a togliere aria
fiato
e vita.

E’ un dolore che mi soffoca
mi pesa sul petto
e lo schiaccia
come un macigno
lanciato da una scogliera
che prepotente
sfonda e colpisce
tutto ciò che sta
sul suo tragitto.

E’ un dolore che urla
grida
e spezza i timpani,
è assordante
in questo silenzio
in cui nemmeno le fronde
fanno compagnia,
statiche e,
come me,
infelici.

-C.

Non ha senso.

oh.jpg[credits from the web]

Ho conosciuto A.
A. mi ha raccontato la sua storia, nonostante non volesse farlo. Ha iniziato a parlare con voce spezzata e occhi lucidi scusandosi di non sapersi raccontare, ma che l’avrebbe fatto comunque perché la sua storia meritava di essere ascoltata.
Con lo sguardo basso ha continuato a parlare piano, come se non volesse farsi sentire da altri che non fossero di fronte a lui, pronti per ascoltare lui.
A. aveva cicatrici sulle braccia che continuava a sfiorarsi con la punta delle dita e ferite nell’anima. Era così fresco il suo dolore che si poteva persino delineare nei contorni frastagliati di una macchia di rabbia: la sua rabbia lo faceva soffrire più di qualunque tortura avesse subito.
Mi disse che aveva imparato una cosa importante durante il suo viaggio verso l’Italia. Mi disse che non esiste davvero la speranza, ma che esistono gli esseri umani. Gli esseri umani gli avevano fatto del male e non riusciva a spiegarselo, continuava a chiedermi perché gli avevano fatto una cosa del genere? Perché lui si sentiva così uguale a persone che lo vedevano così diverso?
La sua rabbia lo faceva soffrire, diceva, perché non voleva odiarli. Non voleva odiare altri esseri umani, anche se cattivi, perché lui era un essere umano e per lui siamo tutti uguali.
Cosa cambia se io ho la pelle più scura?, mi chiese. Loro mi odiavano e mi chiamavano schiavo, mi chiamavano scimmia, mi umiliavano e mi picchiavano; loro hanno ucciso mia sorella ma non riesco ad odiarli. Che senso ha l’odio?
Io sono mussulmano, e lo so cosa pensate voi, ma a me non hanno insegnato ad odiare un essere umano, non so come si fa, mi disse.
Io ho la pelle scura e sono mussulmano ma non vedo la differenza tra di noi, aggiunse chiudendo gli occhi e raccogliendosi in se stesso.
Io non voglio raccontare la mia storia, concluse, perché mi spingerebbe ad arrabbiarmi con coloro che mi han fatto del male e che ne han fatto alla mia famiglia, non mi voglio arrabbiare perché non potrei odiarli, non ne son capace, e non voglio farlo, non ha senso.
– C.

#storiediunamediatrice